E QUESTO PROVO NEL DIRTELO

Un sentimento perduto, un’emozione presente, dire qualcosa che ci fa sentire fieri, liberi, o anche vuoti, insoddisfatti, dipende dal momento, dalla situazione, dalle avversità… E questo provo nel dirtelo! Provare a esternare a parole i propri sentimenti non è facile, per qualcuno impossibile. È questo che ci viene raccontato in queste poche pagine: una storia d’amore e di fiducia, di stima e di comprensione. In queste parole la famiglia viene vissuta come un porto sicuro! Dove tutto è possibile, dove ognuno di noi può sentirsi giusto e protetto dal calore di chi ti ama incondizionatamente.

Non insegnava più da un decennio, i suoi alunni erano i ripetenti, ai quali ridava la dignità e la certezza di non sentirsi più degli imbecilli, gli eterni inquilini dell’ultimo banco. Già tanto, anzi, era il fondamento sul quale ricostruire sé stessi. Nei casi più gravi, ci volevano tempo e pazienza, ma quanti alla fine, gli erano riconoscenti per tutta la vita. Mentre l’ascoltavi, le ore se ne andavano e tu preso dal suo modo semplice di parlare, imparavi, non ripetevi le cose che sentivi, le imparavi.

E questo provo nel dirtelo: un racconto pieno di emozioni vere

Questo racconto breve è stato presentato dall’autore, Dario Mastracchio, al concorso di Poesia teatro e Narrativa dal titolo “I valori della famiglia” al Memorial Giovanni Leone seconda edizione. Il concorso in questione è stato organizzato dall’Ass. Luce dell’Arte. Questo racconto è stato considerato meritevole della nostra attenzione, proprio per questa ragione nel parleremo!

Umberto continuò per anni a disegnare, sino a che un giorno consegnò un disegno con il quale si tradì, perché per qualche ragione l’aveva già usato. Per scrivere quattro righe, che bastarono a farla piangere, facendole cambiare opinione, su quel ragazzo taciturno che mandò spedito al suo amico, come una lettera urgente. Non sarebbe mai diventato Raffaello, pazienza, ma aveva il dono di sfiorarti l’anima così, con quattro righe macchiate d’inchiostro.

E questo provo nel dirtelo: La tematica del concorso è “I valori della famiglia”. Perché ha scelto proprio questo racconto per parlare della famiglia? Che tipo di concezione ha lei della famiglia? Come la vive?


Ho vissuto in una famiglia nella quale ho camminato in silenzio, senza berciare come un’anatra in cielo i miei problemi. Abbiamo sbagliato nel credere che saremmo vissuti per sempre, e che un giorno o l’altro avremmo trovato il tempo per parlarci, seduti accanto al fuoco dell’eternità. Neppure un bacio ho potuto dare a mio fratello, ritornato a casa in un vestito strano, lucente come se fosse in una stella, ma stella non era. Così è andata, ed io ho pianto fin troppo. Un giorno al fiume, ho sentito una forza fermare i miei passi, dicendomi; ora basta.

L’uomo crede che dopo la morte, ci sia il silenzio, io no e come Umberto non ho fiori da portare. La vita è un albero che sale verso il cielo, perché tu sappia far tesoro di tutte le parole che non hai saputo dire, perché non conoscevi quelle più belle per dirle, nella sera di Natale, attorno al fuoco, come allora. Fuori nevicava, ed io la vedevo scendere  posandosi sulle cose, perché quelle notti non finissero mai. Ma così non è stato. Non avevamo nulla, ci bastava la vita, che io ho avuto in dono,  da una spiga di grano, salita quassù dal sole del sud, e due dita di neve, scesa delle cime più alte, per incontrarlo. La nostra vita non è stata un paradiso, ma ci abbiamo creduto.


Ai giovani dico:

Non abbandonate i valori della famiglia. Un giorno scoprirete, che sono stati fondamentali nella vostra formazione. Io ancora oggi, li cerco, e li chiamo per nome. E mi mancano, madre e padre che so state leggendo queste mie parole. E tu Renato perdonami se ancora una volta ho parlato di te; ti avevo promesso che non l’avrei più fatto. Ma è per spiegare a quel ragazzo, che deve dirle le cose, ora, e non aspettare che il tempo passi, con un ti amo stretto ancora in gola. Nessuno lo sentirà, capisci?



E questo provo nel dirtelo: le famiglie di oggi sono del tutto diverse da quelle di ieri. Come crede che questa differenziazione possa giocare in modo favorevole per i nuclei famigliari che si formeranno con la nuova generazione?



Le famiglie di oggi, vivono il nostro tempo, confuso, frenetico. Molte certezze che apparivano tali allora, oggi non lo sono più.  La strada è difficile oggi, come lo era allora, ma due genitori che si amano sono la base perché la realtà della famiglia, continui a vivere, nella follia della vita moderna, che tenta in ogni modo di spingerci ad affrontare la vita da soli. La famiglia non può esser messa da parte, per moda o venir sostituita perché la riteniamo un valore del passato. Un albero non regge alla furia del vento, senza le sue radici, e se la semplicità di un sentimento, può servire a qualcosa, io credo che un albero così, terrà su tra i suoi rami, il sole quando sorge, aspettandolo sino al tramonto, come un bambino innamorato della vita, non delle cose facili e pronte da stendere ad asciugare già pulite.

Ha scelto di scrivere un racconto breve piuttosto che un romanzo o una poesia, perché? Chi ha influenzato il suo percorso come scrittore? E in che modo la scrittura influenza la sua vita?



Il racconto breve, si stringe attorno al crepitio del fuoco a sera, e racconta. Ti racconta un modo d’affrontare la vita in modo diretto, senza giri di parole, senza nascondersi. Improvvisamente, in poche righe si svela, e tu non hai il tempo per giudicare nessuno, né per sperare che il racconto cambi, forse come volevi tu.
Domani si parte, perché entrambi abbiamo bisogno l’uno dell’altro. Tu di me per leggere, io di te per sapere cosa ne pensi, del mio modo zoppicante di camminare tra le parole. Spesso aspettandoti, perché tu mi ripeti: aspetta un attimo, di queste righe non ho capito il senso. Ma spesso, t’accorgi che un senso non devi trovarlo  in tutto ciò che scrivo, perché ho vissuto molta della mia vita, senza trovarvi un senso. Ma con il passare del tempo, ho compreso il perché di molto del mio vissuto.

Scrivendolo tra le pagine che leggo per primo, sorridendo a volte, altre guardando lontano; negli occhi la paura che ritorni, come un puntino all’orizzonte, l’infelicità di sentirmi solo, che spesso ho provato. Ed ero circondato da così tanta gente, da farmi quasi mancare il respiro. Ma il respiro dell’anima, si sente chiamarci a sera, quando tutto tace e sei da solo con il tuo passato.

E questo provo nel dirtelo: ogni autore quando si immerge nella scrittura mette parte di sé e della sua anima in ciò che scrive. In questo racconto cosa appartiene alla sua vita in termini sia di emozioni, che di vissuto?



A scuola, io ero seduto laggiù in fondo, nel banco scarlatto dei perdenti. Sono stato l’ultimo, e lo sono ancora dentro di me, scappando al successo, in modo brusco, quasi violento. Sono arrivato trent’anni fa alla corte di re Andy Warhol, e sono ritornato in Italia con il suo numero di telefono in tasca, ma giuro che non l’ho mai detto a nessuno, che non l’ho mai chiamato.

E quando a Prato, nella sede dell’Accademia, seduti l’uno accanto all’altro, io e mio figlio, abbiamo sentito chiamare il mio nome, per conferirmi la medaglia d’oro alla carriera artistica dalla Presidenza della Repubblica italiana, ci siamo guardati. Dissi: ma sono sicuri? Invece avrei dovuto dirgli; finalmente riconoscono il mio lavoro. Vorrei cambiarmi, almeno un po’, ma dubito di farcela, come Umberto che crede a sé stesso, ma non alla bontà della gente. O forse, più semplicemente, non mi pare di aver fatto nulla di così importante, ma evidentemente Carlo Azeglio Ciampi, la pensava diversamente. Anche Andy…

E questo provo nel dirtelo: come si rapporta lei con la lettura? Qual è il suo genere letterario preferito? E quali sono i suoi autori preferiti? Si è ispirato a qualcuno di loro nella stesura del suo racconto?



No, Serse era il mio professore, ed io sono Umberto. Ho vissuto il problema della dislessia, e lentamente, tenacemente ne sono uscito. Scrivendo, e poi scrivendo ancora, dipingendo il mio cielo come un uccelletto, che voleva volare via dal nido, ma sentiva che le sue piccole ali, non lo avrebbero sostenuto, al primo volo.
Colin Thubron, con lui ho viaggiato, sognato d’essergli accanto, ed ho visto con i suoi occhi, e sentito i canti e le musiche di quei luoghi lontani. E ancora Borges, giù in strada ad aspettarmi ogni mattina, perché l’accompagnassi a descrivergli i luoghi della mia solitudine, come se non bastasse la sua. Ma la pensiamo allo stesso modo, sul fracasso dei ciarlatani, e la superbia ostinata di chi si crede un re, mentre è il servo di sé stesso, fingendo di non riconoscersi allo specchio, quando s’inchina.  

E poi lui, il mio Giuseppe, che ho amato sin da ragazzo, e letto così tanto, con le lacrime agl’occhi ed un sogno dentro, dove nessuno sapeva che c’era… e ha vissuto senza dire mai una parola; diventare come lui. Non ci sono riuscito, era impossibile, un sogno da ragazzo perché Giuseppe Ungaretti è un gigante, io un ometto piccolo, insicuro anche di ciò che non ha fatto ancora. Spesso, un po’ deluso, gli ho stretto la mano, forte, come se fosse il mio papà, quello vero. Poesie no, ne ho scritte alcune, ma il poeta è un essere che non appartiene al mondo degli uomini,  incontenibile e meravigliosamente diverso dalla monotonia del quotidiano. È una creatura che vola sulle ali del suo genio.

Nell’ultimo verso del racconto, “e questo provo nel dirtelo”, da lettrice ho avuto l’impressione che il messaggio che lei volesse far arrivare fosse molto chiaro. Quale pensa che sia il messaggio che il lettore ha percepito leggendo il suo racconto? In virtù di ciò, quale le piacerebbe che fosse il messaggio che si nasconde dietro le sue parole?


Non sento mai parlare di coscienza, ma l’amore deve vincere la diffidenza con la quale tracciamo i nostri confini, limiti invalicabili. Non possiamo definire con “utopia”, l’amore per la gente, o per chi è diverso da noi, proprio perché in quella diversità, vive la vita, che non conosciamo. Spesso, non vogliamo fare un passo per uscire dai nostri confini mentali. Con una serie infinita di certezze che alla fine si rivelano come paure, l’uomo continua a vivere e ritenersi l’unico tra i giusti. Ma spenta la luce a sera, continua a vedere bianchi e neri, cristiani e buddisti, gente del nord e del sud, prigionieri tra i confini mentali dei quali spesso non parla. Tace come una talpa che al buio continua a scavare la sua strada silenziosa, per poi sbucare dove meno te lo aspetti.

E questo provo nel dirtelo: chi è Dario Mastracchio nella vita quotidiana?



Dario Mastracchio, fotografo, pittore, scrittore e musicista. Salire e scendere le scale di un edificio dove abitano tutte le cose belle del mondo, ma anche quelle meno, per amarle tutte, senza decidere mai, a quale piano fermarmi. Bussando alla porta del primo, guardando chi scende dall’ultimo. Scrivere ha rotto il mio silenzio, come uno specchio caduto dal cielo, in ogni pezzetto si riflette una delle stelle che avrei voluto essere, ed invece. Invece ho capito che il silenzio, dura più di tutte le parole che avrei voluto dire, e non ho saputo come fare. Eppure è così semplice dire; grazie Monica per il tempo che mi hai dedicato.

– E invece sono io che ringrazio per un’infinità di cose: la prima per aver avuto la possibilità di conoscerla, di conoscere il suo animo nobile, poi per avere avuto la possibilità di leggere il suo racconto e molto altro, la lista è lunga…

E questo provo nel dirtelo: Quali sono i suoi progetti per il futuro? Magari un altro racconto? Ce ne vuole parlare?



Continuo a scrivere, e come lei a dedicarmi alla fotografia. Conviene di questi tempi, nei quali pubblicare un libro è sempre più difficile. Le invio un racconto, dedicato alle donne e alla città di Milano, nella quale ho lavorato artisticamente e sempre amato, anche se le mie origini sono proprio romane, di Latina per l’esattezza. Ho ripreso e in parte modificato questo racconto dalla raccolta vincitrice al premio internazionale Maria Dicorato 2020. Sono felice del risultato ottenuto perché la giuria era presieduta dal professor Hafez Haidar, figura di spicco nel panorama letterario italiano ed internazionale. Inviandoglielo, spero di farle cosa gradita, così colgo l’occasione, dedicandoglielo, di dedicare una pagina alle donne, sempre presenti nella vita culturale di questo paese, e non soltanto.

Un estratto donato con il cuore

Concludo con un piccolo estratto del racconto “Le ragazze della corte delle mele”, che ho apprezzato tanto quanto “E questo provo nel dirtelo” che mi ha inviato Dario Mastracchio. Assaporiamo la magia di un momento regalato con il cuore!

Elisa, Elena e Simonetta, e poi Sonia e Tiziana, le ragazze
della corte delle mele erano di nuovo attorno al focolare
acceso, al centro della stanza, che si affacciava al cortile.

Erano lì le sue colonne, che in tanti anni non
le avevano mai dato il tempo di sentirsi sola, quand’era a
casa sì, a volte piangeva, ma chi non l’avrebbe fatto. Erano
lì, non ancora amiche, ma Amiche, perché c’era un motivo
profondo per esserlo, e stringersi attorno ad Elisa, le aveva
legate l’una all’altra, con il filo indistruttibile dell’amore.

Il grande focolare al centro, alle finestre le
griglie a quadretti e appese ad ogni angolo del muro,
padelle, bricchi e mestoli da fare invidia alla cucina di un
ristorante, perché la Sonia non era soltanto la loro cuoca,
ma lo era anche nella vita.

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